Non andare via.
Ti vedo scivolare sull’erba fluorescente e nell’acqua scura dell’Half Penny Bridge.
Ti spio da una tendina di merletto di un’isola incontaminata.
Mi chiedo come fai ad essere così profondamente gloomy e colorata.
Così lontana e così…casa. All the seasons in one day, no?
L’ atlantico scalpita e io divento crema densa e fiore di campo.
Bevo Guinness corretta al blackcurrant e datemi un’altra stout please. Che porta la rota, please.
Ma come si tradurrà smoothy… E come si spiega un viaggio?
Next please, two euros e storie inventate in una bella casa di Temple Bar.
I pub si va. Ma ci interessa solo ridere nei letti matrimoniali.
Ci siamo solo noi, siamo noi the dubliners nel retro di una chiesa anglicana, nell’autobus di Paddyboy che ci chiama col microfono, in Wilde recitato da due attori per strada.
Cogliendo le more e le viole del pensiero siamo quelle di cime tempestose e vorremmo cestini e cappelli di paglia.
E quando si parla inglese si calca l’accento italiano. Per far innamorare. Perché essere amati è una bella sensazione anche all’estero.
Sepolta dai tabloid ogni tanto mi ritiro in ascetica masturbazione. Dura poco.
A Belfast c’è ancora aria di Troubles e mentre il tassista tatuato ci scatta la foto sotto il murales mi vengono i brividi. Quis separabit? Mistero delle religioni.
Poi ci si arrampica, si stacca la spina e non si sente più musica.
Solo il rumore assordante di casa.
Peppereppepè. Il matrimonio torna di moda.

