domenica, 16 novembre 2008 | in : ritmi urbani

Foreign contaminant.

In assenza di fotosintesi clorofilliana avevo dimenticato una cosa.

Di essere umana.  Nella spirale fotovoltaica delle mattine milanesi il neon sostituisce il sole e lo sguardo il respiro. Yo soy Woll-e, il nervodolce robottino della Pixar di origini aragonesi. Torero, torero, olè. Non si guardano gli esseri umani da quando lo sguardo ha smesso di suscitare obblighi, ma io li spoglio questi esseri umani che non guardano, assorti negli ultimi best –seller , nelle cuffiette degli mp3 e dei cellulari, nelle cuffie anni ’80 che si portano assai, nei raggi delle bici coi cestelli rosa shocking che sbrodolano buste Upim e Oviesse. Li violento spremendo il senso dell’individualismo inconsapevole e del cocco sulla fronte, come quelli che si portavano negli anni ’80, ma con i capelli più morbidi, senza lacca, per comunicare un idea di finto spettinato sintomo di esistenze geometriche, sbiadite come gli skinny jeans lavati a 90 gradi, appesantite come il tacco a rocchetto,  scandite dal  ritmo un semaforo. Velocissimo, ansimante, orgasmico,  beato lui.

Riassuma brevemente le sue esperienze.

Foreign contaminant, foreign contaminant, scatta l’allarme dell’autodifesa e  una voce metallica racconta a cantilena la tecnofavola di Cappucetto Rosso.

La testa cerca spasmodica sacche di emozione, per risciacquarsi dallo smog come risciacquano i lavaggi degli ospedali . Lo sabe, yo soy pesado, un pesaturo, una suocera senza figli, un’ iconoclasta. Per questo non suono il citofono di Alda Merini, non ho il coraggio.

Milano è come la melanzana fuori tempo. La desideri, te la compri, la paghi il doppio, ma il suo sapore non lo acchiappi. Nun ce sta niente a fà.

Però quando non le chiedi niente, ti regala le casette immobili da guardare attraverso la tela di un ombrellino rosso,il silenzio monumentale di Sant’Ambrogio la domenica mattina, un raggio di sole inaspettato sotto un abete al Parco Sempione che ti fa ossigenare e ti salva dalla cacata di un cane. E poi, foreign contaminant, non ci resta che piangere, guardare, buttarci e contaminarci.

 

 

merincontraria @ 22:36 | commenti (8)(popup) | commenti (8)
giovedì, 06 novembre 2008 | in : libri, living theatre

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Lo so, sono sparita. Ridotta come Amelie Nothomb senza mezzi di comunicazione se non connessioni abusive, in lotta con crescenti e quotidiane  rote da web, against tv e clamori radiofonici urbani, cammino, parlo molto al cellulare e mi guardo intorno col naso all'insù, tra esplorazioni geografiche e folate di smog autunnale.

Prima di rientrare nell'agognata carreggiata del web, mi fermo un attimo in sosta vietata, doppia fila, con le quattro frecce accese per un tributo ai Franchi.

Il tributo lo fa un Salvatore che dice: Merin, i tuoi lettori non sono dei vecchi bacucchi e spero si comprino questo libro. Il libro è di Franco,  che scrive di un altro Franco in un libro che è stato presentato da poco. E io chissà quando guiderò di nuovo la macchina... Segue. Non mi trasformerò nella posta del cuore, promesso.

Parola di Merin.

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Bisognerebbe leggerlo il libro di Franco Cuomo “Dei volti che ha Medusa – la drammaturgia del rischio"-  Nicola Longobardi Editore. Le ragioni sono tante. Perché è un libro che, finalmente, con chiara, precisa e metodologica descrizione racconta di un mondo, di una splendida “stagione di teatro” troppo spesso catalogata nella nicchia della nuova drammaturgia napoletana.


Forse è vero che chi non fa teatro riesce ad avere una visione completa dei suoi meccanismi. “Dei volti che ha Medusa” è un libro che ripercorre  anche con toni passionali un pezzo di storia del teatro italiano, introdotto da una accorata descrizione della città di Napoli, la Medusa dai mille volti, dove la retorica della napoletanità lascia il posto alla crudeltà del reale.


È una visione particolarissima ma non per questo priva di quella intensità, di quella forza che ormai hanno perso (forse non l’hanno mai avuta) critici imbolsiti nella loro intelighenzia che sfocia in posture radical chic. Franco Cuomo è fuori da questi bassi teatrini di impudica sfrontatezza come lo era fuori Franco Autiero: ed è per questo che è stato spesso, troppo spesso ignorato dal modo ufficiale del teatro; non aveva l’intraprendenza di mostrarsi a critici in “fiore”, a buffi “baffi”,  a “quadri” inquadrati detentori di uno sterile potere a cui Franco Autiero ha sempre rifiutato di appartenere, e non per snobismo intellettuale,ma perché  “chill so’ tutti ignoranti”. Ed è questa ignoranza di andata e di ritorno, fatta di prosopopaici box su giornali provinciali che Franco detestava. Ed è per questo che è stato sempre ignorato: è il prezzo della sua integrità, considerata virtù, ma per lui stile di vita.


Franco Cuomo, sebbene con velata eleganza, in alcuni passi ribadisce questa strana dimenticanza e con garbo e profondità analizza il cuore della drammaturgia di Franco comparandola con quella di Moscato e Ruccello. Lo fa analizzando la drammaturgia di Autiero nella parola rivelatrice di una realtà, elaborazione di una nuova forma estetica, lo fa analizzando una lingua nella quale il dialetto è solo il ricordo di un suono, di una “biascicatura”, di una cadenza. Dove il fonocentrismo è inteso come superiorità dell’oralità rispetto alla scrittura (ovvero il teatro allo stato puro). Lo fa considerando il lavoro di Autiero come una sorta di trasversalismo culturale contenutistico e linguistico. Attraverso l’ermeneutica di cui è un sapiente conoscitore, Franco Cuomo coglie gli aspetti determinanti di quella drammaturgia (il simbolo, la follia, il rapporto con la morte, ) li ambienta in quella malinconia della solitudine, identificandolo come l’unico universo narrativo possibile degno di essere raccontato. Collega la drammaturgia di Autiero ad Artaud, a Jarry (e non certo a De Filippo o Brecht come qualche poco attento critico ha fatto e sta facendo da troppo tempo): afferma che non sapremo mai in fondo cosa si sta rappresentando, perché la vera scena è nell’immaginario di ognuno di noi.  Coglie pienamente lo spettatore scevro delle sovrastrutture intellettuali pseudo storiche di teatranti da cattedre universitarie. Perché quel teatro parla con categorie che gli sono estranee, ed è per questo che risulta diretto, passionale nel suo sconvolgere ed addolorare.

Franco Cuomo evita qualsiasi sociologismo da storico di teatro e con un attraversamento di questa drammaturgia spiega al lettore lo scontro reale di forza che si radicalizza nel testo come un conflitto ermeneutico, cioè un rischioso conflitto di interpretazione.


Un’ottima lezione  per chi parla troppo inutilmente di nuova drammaturgia, di teatro di parola; un grande stimolo per quelli che (ancora molti) non conoscono il teatro di Franco Autiero.

 

Salvatore Guadagnuolo

merincontraria @ 19:01 | commenti (5)(popup) | commenti (5)